28.6.13

Qualche news dalla Sergio Bonelli Editore...


Allora, quella qui sopra è la copertina, in anteprima, del prossimo Dylan Dog Color Fest di questa estate.
A realizzarla è stato chiamato la star fumetto internazionale, Simone Bianchi.

Poi... QUI trovate il nuovo sito della Sergio Bonelli Ediotre e, visto che ci siamo, vi ricordo che QUI c'è la pagina FB di Dragonero, curata da Luca Enoch e Stefano Vietti, e QUI e QUI le pagine FB di Orfani e Dylan Dog.
Se vi dovessero piacere e metteste un bel "like" alle pagine, noi saremo contenti.


26.6.13

Under the Dome S01E01


Il romanzo era bello e pareva prestarsi splendidamente per una serie televisiva.
La messa in atto è smorta, priva di ritmo, senza nessuna cifra stilistica, vecchia per concepimento, scrittura e regia.
E la cosa brutta è che è evidente che non potrà migliorare perché anche il cast è privo di qualsiasi interesse.
Sul serio: solo le serie televisive recenti di Spielberg mi sono sembrate più prive di vitalità e noiose di questa, in tempi recenti.

Un prodotto fuori tempo massimo.
Peccato.


EDIT: scopro ora che pure questa è prodotta da Spielberg. Tutto torna, quindi.
E' proprio la sua macchina che non funziona.

24.6.13

Sei leggenda.


Un capolavoro conclamato.
Un terzetto di capolavori altrettanto belli ma un pelo meno conosciuti.
Una tonnellata di ottimi romanzi.
Un bel mucchio di splendidi racconti brevi.
Pochi, ma davvero pochi, scritti non degni di nota o brutti.

Richard Matheson non solo era un eccellente scrittore ma è stato capace di piazzare un paio di palle valide nell'immaginario collettivo del ventesimo e del ventunesimo secolo. E non è cosa da tutti.
Oltre a questo, nel corso della sua carriera è stato fonte di ispirazione inesauribile per le successive generazioni di romanzieri specializzati nell'horror e nella fantascienza.
Tra di loro, Stephen King (che gli ha mezzo rubato due romanzi).
Richard Matheson, oggi, è diventato leggenda.



21.6.13

Tulpa - la recensione -


Ci sono film belli. Ci sono film brutti. E poi, secondo alcuni, ci sono alcuni film così brutti da diventare belli.
Ecco, io non la penso così.
Io penso che i film ridicolmente brutti restino quello che sono: film ridicolmente brutti.
Poi, per carità, se te li vedi con gli amici e ti ci ammazzi dalle risate, alla fine, una loro utilità ce l'hanno pure.
Ma questo non cambia di una virgola il valore dell'opera in quanto tale.

Ora, se state pensando di vedervi Tulpa, io ho solo una domanda per voi:
ce lo avete qualche amico con cui vederlo in compagnia per ammazzarvici dalle risate?
Se sì, allora procedete pure alla visione della pellicola. Susciterà in voi momenti di tale ilarità che vorrete andare da Zampaglione a stringergli la mano.
Se, invece, gli amici non ce li avete, o se non ve frega nulla di passare una serata a ridere delle deficienze di linguaggio, dell'infima qualità di scrittura, delle pessime interpretazioni e di scene di una pietosa comicità involontaria, lasciate perdere. Che la vita è breve e regalare due ore a Zampaglione e alla Gerini è un delitto.
Il film è brutto.
Ma non brutto come sono di solito brutti i film (per una cattiva regia, una cattiva sceneggiatura o via dicendo). E' brutto come può essere brutto un film amatoriale, scritto e diretto da completi analfabeti del linguaggio cinematografico. Con l'aggravante che è stato mandato al cinema e pure con una grossa campagna promozionale.

Per farvi capire il livello di incompetenza: Zampaglione non sa girarare una sequenza di tre shot di campo, controcampo, totale, senza sbagliarla.
I personaggi e gli oggetti si spostano all'interno dell'inquadratura da uno shot all'altro, senza che si siano realmente mossi nello spazio. Perché Zampaglione, in fase di montaggio, non si è accorto di stare legando riprese non coerenti le une con le altre.
Prima la Gerini è a destra, vicino alla scrivania con Placido di spalle, in quinta a sinistra. Poi, nel controcampo, Placido è a destra (con un bello scavallamento di campo che manco i ragazzini delle medie fanno più), infine, nel totale, la Gerini non è vicina alla scrivania e si trova in un punto diverso rispetto a quello osservato solo un momento prima.
Solo che è sempre la stessa scena e i personaggi non si sono mossi.
Oppure, l'assassino sopra la sua vittima. Inquadratura da sopra la sua spalla e controcampo sulla vittima su di un asse diverso rispetto a quello dello shot precedente. Così, tanto per mandare a quel paese qualsiasi tipo di coesione visivo-narrativa.
Sul serio, una roba IMBARAZZANTE.
E no, la scusa del rimando ai gialli italiani degli anni settanta non basta come scusa per una tale dimostrazione di pura incompetenza.

Delle recitazioni e della sceneggiatura non vale nemmeno la pena di parlare.
Se lavorano questi, può lavorare chiunque.
E il doppiaggio (il film è recitato in inglese) peggiora, se possibile, il tutto.

In compenso, mi preme perlomeno sottolineare due cose:
la prima è che il film viene presentato come "scandaloso" per le presunte scene di sesso estremo della Gerini.
Adesso, c'è più sesso estremo in una puntata fiacca, passata su Rai 4 e censurata, di Games of Thrones, che in Tulpa.
La seconda cosa è che la visione del mondo bdsm di Zampaglione è composta da locali privati che si trovano in garage sotterranei pubblici (eh?!) e del tipo di ferite che la Gerini sfoggia nel manifesto del film.
Che se un qualsiasi master o schiava procurasse, o si facesse procurare, cicatrici del genere, lo farebbero internare.

Comunque, sul serio, io non capisco la ragione di questo film.
A meno che le cose non siano andate così:

Interno sera.
Siamo in una casa lussuosa di Roma nord.
Zampaglione e la Gerini sono a letto, a fare roba.
Lui prende il cellulare e cerca di riprendere la moglie.
Quella se lo guarda male e gli dice:

- AO! MA CHE CREDI? IO CERTE COSE NUN LE FACCIO MICA!

- E DAJE, CLAUDIA... FAMOLO STRANO!

- NONEEEE!

- ALLORA SENTI, HO LA SCENEGGIATURA DI UN FILM CON UN RUOLO DA PROTAGONISTA PER TE...

- C'HA LE SCENE ZOZZE?

- SI' MA SERVONO PE INQUEITA' ER PUBBLICO. PE FA' CAPI' CHE NOI SEMO ESTREMI E VOLEMO PERTURBA' CAPITO?

- ALLORA FAMOLO. FAMOJE VEDE CHE NOI SEMO GENTE DE SPESSORE!

E così Zampaglione ha avuto quello che voleva: qualche ripresa della moglie che si bacia con qualche ragazza e qualche ometto, da far vedere agli amici.
Se avessero deciso di andare a farsi vedere su Cam4, sarebbe stato molto meglio per tutti.





20.6.13

Il pretrentesimo di Giacomo "Keison" Bevilacqua.

Quando Giacomo ha visto i filmati dei precdiciottesimi ha detto: PUR'IO!
Purtroppo era tardi e ha dovuto aspettare i suoi trenta.

Come direbbe Christopher Moltisanti... MA PORCA TROIA.


Muore a soli cinquantun anni, James Gandolfini, il protagonista indiscusso della più bella serie televisiva di tutti i tempi. Attore di primissima categoria.
Infarto. Qui a Roma.
Certo che quando sei così bravo, dovresti prenderti la responsabilità di preservarti un poco di più.
Sono davvero affranto.
Dannato ciccione.

17.6.13

Dylan Dog: UMMAREL!


Sulla pagina FB di Dylan Dog, alcuni aggiornamenti sullo stato dei lavori.
La trovate QUI.
Se poi mettete anche un "mi piace" alla pagina, noi siamo contenti.

Ah, sì. Ovviamente il disegno qui sopra è di quel mostro di bravura di Bruno Brindisi.


Superman - la recensione -


Secondo alcuni, il Superman di Richard Donner del 1978 è il migliore film di superereoi di tutti i tempi.
Io non la penso così.
Io penso che il Superman di Richard Donner sia uno dei migliori film di intrettenimento di tutti i tempi, al pari di cose come I Predatori dell'Arca Perduta, Guerre Stellari Ritorno al Futuro.

Le ragioni che motivano questo mio giudizio sono molteplici, ma cercherò di essere conciso.

SCRIPT
Alla sceneggiatura partecipano più persone.
Mario Puzo. Uno scrittore che non ha semplicemente scritto un capolavoro come Il Padrino (il romanzo) ma ha pure vinto un Oscar per la sceneggiatura cinematografica che ne ha tratto (insieme a Francis Ford Coppola). David e Leslie Newman. Robert Benton. E, soprattutto, lo scrip doctor non accreditato, Tom Mankievicz. Insieme, separati, in varie fasi e a vari livelli, affrontano l'Uomo d'Acciaio trattandolo per quello che è: un mito moderno. E come tale, lo rispettano, adattandolo al linguaggio cinematografico, esaltandone il carattere, cogliendone in maniera profonda e consapevole tutti i tratti salienti e necessari.
Superman, nelle loro mani, assume un valore di universale classicità che trascende di molto le sue semplici origini di prodotto per bambini e ragazzi. Il tutto senza rinnegare nulla del personaggio originale.
Superman è più Superman che mai. Le sue origini sono rispettate, tutto il suo cammino dell'eroe è ripercorso. Fa tutte le cose che ci si aspetterebbe da lui, solo che il tutto è raccontato in una maniera tanto solida e credibile che a nessuno, nemmeno all'adulto più smaliziato, viene da pensare di trovarsi davanti a un film puerile.
E questo gruppo di sceneggiatori ottiene tutto questo rimanendo saldamente ancorati allo spirito solare e positivo del personaggio, senza cedere mai alla tentazione di renderlo più cupo e violento per farlo sembrare un prodotto per spettatori maturi. Il fatto è che non ce n'è bisogno, perché  Superman è un film intelligente. E tanto basta.

CAST
Anche in questo caso, si compie un miracolo: il cast di Superman è semplicemente perfetto.
E non solo perché gli attori sono bravi ma perché nessuno, meglio di loro, avrebbe potuto rappresentare i personaggi che sono stati chiamati a portare in scena.
Partiamo da Marlond Brando.
Imperioso, autoritario, imperscrutabile, irraggiungibile. Un attore alieno (e spesso nemico) di Hollywood ma che del cinema tutto è diventato l'incarnazione stessa.
In termini semplici, lui non interpreta Jor-El, lui ne è la trasposizione in carne e ossa.
E se Brando è un padre alieno, distante e mitologico, Glen Ford assume il ruolo della rappresentazione in carne ed ossa di tutto quello che c'è di buono, sano e giusto negli Stati Uniti d'America. Difficile anche solo pensare a un qualche attore migliore per interpretare il padre umano di Superman.
Ma se per interpretare i due volti della discendenza del mito era giusto chiamare due volti iconici, ricchi di un portato personale che si fondeva con il valore simbolico dei personaggi che erano chiamati a rappresentare, per il ruolo dell'Uomo d'Acciaio ci voleva una faccia sconosciuta al pubblico e neutra.
Perché Superman è solo ed esclusivamente Superman. E non può essere riempito di null'altro.
E io ancora non mi capacito della fortuna che la produzione ha avuto nell'incappare in Christopher Reeve.
Reeve ha il volto giusto. Il fisico giusto. Sa recitare e ispira simpatia e fiducia al primo sguardo.
Non c'è mai stato un Superman superiore e a lui nel passato e, sono ragionevolmente convint,o che non ce ne sarà mai nessuno migliore di lui, nel futuro.
Semplicemente, Reeve è Superman.
Ma, non solo. Reeve è anche Clark Kent. E questa è una cosa fondamentale perché, checché se ne possa pensare oggi, non esiste Superman senza Clark Kent.
E dove ci sono Clark Kent e Superman, ci deve essere pure Lex Luthor, incarnazione di tutto quello che Superman non è.
Onesto, limpido, semplice, il primo. Machiavellico, istrionico, contorto, il secondo.
Ad interpretarlo, un attore monumentale cresciuto nella Hollywood della controcultura. Quel Gene Hackman che all'epoca del film non è ancora una stella di primissima grandezza ma di cui tutti riconoscono l'incredibile talento. Hackman dona a Luthor un'interpretazione nervosa, contorta, sopra le righe, magnificamente spassosa. Tanto Reeve è positivamente prevedibile nella sua interpretazione, tanto Hackman è una variabile impazzita, una mina vagante sganciata all'interno del film, in grado di scombinarne gli elementi, donando alla pellicola la modernità, l'irrequietezza e il divertimento.
Senza stare a parlare degli altri eccezionali caratteristi nei ruoli di contorno (in particolare il fantastico Ned Beatty),prima di chiudere il discorso riguardante il cast bisogna necessariamente parlare anche di Margot Kidder, Lois Lane.
Che è l'indice dell'intelligenza di tutta la pellicola. Perché la Kidder non è una bellezza canonica (nemmeno per quegli anni) e non è neanche una stella di prima grandezza. Non è neppure una ragazza di una qualche grande metropoli americana, essendo nata e vissuta in Canada. Eppure, la Kidder dona al personaggio di Lois Lane tutta una serie di caratteristiche di forza, indipendenza, nervosismo, fragilità, che poi diventeranno parte integrante del personaggio anche sulla carta stampata (e John Byrne al lavoro che la Kidder ha fatto su Lois, gli deve molto).

LA REGIA
Dire oggi che Richard Donner è stato un grande regista del suo tempo è abbastanza semplice (anche se non così scontato visto che viene spesso dimenticato). I Goonies, tutta la serie di Arma Letale, Lady Hawke, il sottovalutato (ma delizioso) Ipotesi di Complotto, tutti film fantastici che però, all'epoca di Superman, Donner non aveva ancora girato, venendo da due film al cinema (un insuccesso e un successo) e da alcuni produzioni televisive.
Ma allora, perché proprio lui dopo che erano stati fatti i nomi di Coppola, Peckinpah, Spielberg, Lucas?
Impicci.
Scusate, ma la travagliata storia produttiva del film è davvero troppo lunga per essere riassunta qui (ma potete guardare gli ottimi speciali presenti sul Blu-ray o leggere la pagina di Wiki).
Fatto sta che a Donner arriva la patata bollente. Che lui fa ripartire la produzione da zero. Che lui tira dentro il cast. Che lui spinge per una riscrittura completa della sceneggiatura. E che, sempre lui, capisce a chi rivolgersi per ottenere gli effetti speciali di cui il film necessita.
Donner è l'anima di questo film a tutti i livelli.
Ma non solo. Perché la qualità principale di Donner è quella di avere un ampio spettro stilistico.
E così è capace di cambiare voce al film a seconda del momento che deve raccontare.
Le atmosfere arcane e fantascientifiche della prima parte. Il classicismo alla Norman Rockwell, degno della Hollywood di altri tempi, della porzione di storia ambientata a Smallville. La concreta e realistica commedia metropolitana venata da sfumature sentimentali della parte centrale del film. L'azione a base di effetti speciali della conclusione.
Donner gestisce tutto alla perfezione, amalgamandolo e rendendolo coerente, consegnando al mondo un classico istantaneo, al pari di quanto farà, pochi anni dopo, Steven Spielberg con il suo I Predatori dell'Arca Perduta.

EFFETTI SPECIALI
Tutti quelli coinvolti nella produzione del film sapevano una cosa: il film avrebbe funzionato se gli effetti avessero funzionato. Il mondo del cinema era appena stato capovolto da Star Wars e la gente non si aspettava di meno.
"Crederete che un uomo può volare" recitava il claim del film e, sapete una cosa? E' così.
Perché la sapiente combinazione di effetti tradizionali e blue screen, rendono ancora oggi gli effetti di volo straordinariamente convincenti. La maggior parte, almeno.
Più convincenti, comunque, di tanti svolazzi in digitale visti in tempi recenti.
Oltre a quello: una Krypton meravigliosa, una diga che crolla, la terra che si spacca e un mucchio (ma davvero un mucchio) di altri effetti visivi, tutti utilizzati con un gusto e uno stile davvero sorprendenti fanno di Superman uno dei film più spettacolari degli anni '80 (pur essendo del '78), anche se l'eleganza e la naturalezza con cui questi effetti sono implementati tende spesso a farlo trascurare.

COLONNA SONORA
John Williams. Subito dopo Star Wars. Che ve lo dico a fare?


EREDITA'
Il film ha avuto un primo sequel, girato parzialmente sempre da Donner in contemporanea con la pellicola originale (e che è quasi altrettanto buono), e altri due seguiti, di qualità calante, del tutto slegati dai capitoli precedenti.
Nel 2006 Bryan Singer ha cercato di riprendere il lavoro di Donner con quello che, sulla carta, sarebbe dovuto essere un vero e proprio terzo atto. Il risultato è stato discretamente deludente.
In questi giorni, esce nelle sale cinematografiche di tutto il mondo un reboot di Superman, dal titolo Man of Steel (L'Uomo d'Acciaio qui da noi), diretto da Zack Snyder.
Ho avuto modo di vedere il film in anteprima, un paio di giorni fa.

E ho deciso che non vale nemmeno la pena parlarne tanto l'ho trovato brutto e offensivo.




13.6.13

Star Trek Into Darkness - la recensione -


Dunque, al mondo ci sono un sacco di tipi diversi di sceneggiatori, caratterizzati da diversi approcci alla scrittura, diversi punti di forza e debolezza, e diverse visioni di cosa sia davvero importante in una storia e cosa no. Per semplificare, si potrebbe dire che esistono sceneggiatori bravi e sceneggiatori incapaci ma è un discorso che lascia il tempo che trova. Più interessante, invece, dire che esistono sceneggiatori consapevoli e sceneggiatori inconsapevoli.
Provo a spiegarmi meglio.
A meno che non si lavori nella più completa indipendenza, il lavoro creativo è sempre influenzato da necessità produttive e di marketing.
Queste istanze, che nulla hanno a che spartire con una visione artistica, tendono a influenzare lo sviluppo dell'opera stessa.
E qui entra in gioco la consapevolezza.
Perché uno sceneggiatore consapevole, vede questo processo e cerca di arginarlo, limitandone i danni, per così dire.
Uno sceneggiatore inconsapevole non lo vede, e lascia che la sua opera diventi uno strumento per veicolare necessità che nulla hanno a che spartire con una visione artistica, o anche solo con la dignità narrativa.
Kurtzman, Orci e Lindelof, gli autori di molte malefatte recenti del cinema USA, sono tre sceneggiatori dotati di molto talento e fortemente consapevoli.
Peccato che se ne freghino.
Che è poi la loro colpa maggiore. Perché il problema non è mai che non sono capaci e che la cosa gli è sfuggita di mano. Il problema è sempre che sono capaci ma hanno scelto, consapevolmente, di abbracciare il lato oscuro della forza.

Chiariamo una cosa così poi non si creano fraintendimenti:
questo Star Trek Into Darkness mi è piaciuto.
Più del precedente capitolo, che pure mi aveva convinto.
Solo che è un film stupido.
Perché non c'è un singolo passaggio narrativo, una singola svolta di trama che, se ti ci fermi a pensare un attimo sopra, abbia davvero un senso logico.
Per carità, visto "tutto d'un fiato", godendosi solo lo spettacolare ritmo, le belle immagini, le ottime interpretazioni, i discreti effetti speciali e la rimarchevole colonna sonora, fila via che è un piacere.
Ma funziona solo se non ci ripensi.
Perché se ci ripensi, ti fai delle domande.
E se ti fai delle domande, è la fine. Non funziona niente.
Kurtzman, Orci e Lindelof sacrificano (consapevolmente ed è questa la cosa che dispiace di più) qualsiasi pretesa di una narrazione coerente in funzione dello spettacolo e del ritmo.
Il risultato è un film davvero molto divertente. Ma davvero molto scombinato.
Come quella ragazze bona, simpatica e scema, perfetta per fare baldoria ma assolutamente inadeguata se si tratta di sedersi e parlare.
Ma sapete che c'è? Io le adoro le ragazze bone, simpatiche e sceme, quindi, per me, questo Into Darkness è promosso a pieni voti.

A margine, la sola interpretazione di quel figo stratosferico di Benedict Cumberbatch, basta e avanza a giustificare la visione.

Ancora più a margine, se siete dei trekkisti duri e puri, odierete questo film ancora di più di quanto avete odiato il precedente. Ma, se siete dei trekkisti duri e puri, vi meritate ogni amarezza possibile.

Infine, una nota per i VERI CREDENTI:
Abrams, pur avendo per le mani una sceneggiatura non certo fantastica, si è portato a casa un film molto buono, valorizzando gli attori e facendo un gran lavoro sul il ritmo e la spettacolarità.
Se con i nuovi Star Wars potrà contare su degli script migliori (e io non ho dubbio a riguardo, visti i nomi coinvolti), rischiamo di ritrovarci per le mani qualcosa di davvero, davvero, buono.
Teniamo le dita incrociate. E che la Forza sia con noi.
Sempre.




p.s.
Scusate. Non volevo essere così duro con i trekkisti.
Ma solo un trekkista può lamentarsi perché nel film c'è una scena del genere:







12.6.13

Su XL di questo mese...


C'è una gran bella recensione di Mater Morbi e prende avvio la rubrica Dalla Parte di Asso (il nome vi dovrebbe ricordare qualcosa), scritta da me medesimo.


11.6.13

Il buono, il brutto, e il portapenne. PS4, Xbox One e Mac Pro.


Strano.
Fino all'anno scorso, tutti erano pronti a giurare sulla prossima morte della Sony.
Oggi, dopo la presentazione all'E3 delle nuove macchine da gioco, le azioni della società guidata da Kazuo Hirai stanno andando alle stelle mentre Microsoft mangia la polvere.
Perché? Perché sembra che Sony abbia capito tutti gli errori fatti e abbia agito per correggerli. Mentre Microsoft non abbia capito nulla dei suoi successi e sia andata in direzione opposta e contraria.

Partiamo dall'aspetto più evidente ma meno rilevante:
la PS4 è decisamente più potente della Xbox One. E questa è una cosa evidente che tutte le cazzate di Microsoft a proposito di gestione via cloud del carico computazionale, non posso nascondere
Ma quello della potenze è un problema relativo.
In un mercato dove le compagnie devono sviluppare i giochi per due, tre o quattro piattaforme alla volta, è l'anello più debole della catena a dettare lo standard. Questo significa che, molto probabilmente, la maggiore potenza della PS4 verrà sfruttata davvero solo dai titoli in esclusiva Sony.
Che non è cosa da poco ma non è nemmeno uno di quei vantaggi che fanno la differenza. Non oggi, almeno.

Il secondo punto è che la PS4, pur essendo più potente, verrà lanciata a un prezzo sensibilmente più basso dell'Xbox One. E questa è una cosa che pesa come un macigno.
Certo, la macchina Microsoft ha il nuovo, spettacolare, Kinect in bunlde. Ma la PS4 ha il suo PS4 Eye che non è la stessa cosa ma quasi.
E poi, lo sapete che c'è? Chi se ne frega!
Il vecchio Kinect ce l'ho e l'ho usato tre volte. Quello nuovo, per quanto figo, sarà sempre e solo un simpatico aggeggillo di contorno.

In più, la Xbox One funzionerà solo se collegata almeno una volta al giorno al web. Altrimenti non permetterà di essere utilizzata.
La PS4, invece, sarà fruibile anche offline.

La Xbox One non permetterà l'uso di giochi usati.
La PS4, sì.

La Xbox One punterà tutto su tutto quello che videogioco non è (intrattenimeno e connessione social), la PS4 ha messo in giochi davanti al resto (pur avendo ANCHE il resto).

Ora, alla luce di tutto questo, e tenendo condo che i titoli più forti in arrivo sono tutti multipiattaforma (a cominciare dal Destiny di Bungie), perché qualcuno sano di mente, dovrebbe spendere cento euro in più per avere molto, molto di meno?
Per nessuna ragione.
A questo giro, Microsoft si fa male sul serio.
E lo ammetto, mi spiace. Perché sono uno che ha sempre amato le macchine con la X.

Ma passiamo ad altro.
La Apple ha presentato i nuovi Mac Pro.
Hanno una forma strana e, sulla carta, sembrano decisamente potenti.
Peccato che si chiamano PRO e sono pensati come macchine professionali, e io, da una macchina professionale, mi aspetto che sia espandibile e che duri per parecchi anni.
Questi nuovi Mac Pro, invece, sono macchine blindate che, come le compri, restano.
Per il resto, per carità, sono belli a vedersi.
Anche se ho l'impressione che queste linee curve abbiano fatto il loro tempo e che i design squadrati sullo stile Lenovo stiano tornano in maniera prepotente (e non è un caso che pure Xbox One e PS4 sono delle brutali scatole da scarpe nere).






Game of Thrones - il Trono di Spade - S03E10



Ci vuole davvero un bel coraggio per chiudere una stagione con un episodio come questo.
Intendo dire, un episodio senza un colpo di scena che sia uno, senza una trama che si chiuda o si apra, con un ritmo soporifero e una narrazione più frammentata che non si può.
Per la prima volta, dall'inizio della serie a oggi, mi sono ritrovato a controllare sul timer quanto mancava alla fine. E l'ho fatto per due ragioni: la prima è che non riuscivo a credere che non ci sarebbe stata nemmeno una scena forte e mi chiedevo quanto spazio gli avrebbero dedicato visto che il tempo, inesorabilmente, avanzava. Fatica inutile perché, di scene forti, non ce ne sono state.
 La seconda è perché mi sono annoiato. Ma tipo, annoiato al punto da controllare la posta durante la visione.
E io odio controllare la posta.
Certo, ci sono stati molti bei dialoghi. E pure bellissime interpretazioni (quanto sono felice che, finalmente, qualcuno si sia accorto di che attore straordinario sia Charles Dance, io lo vado dicendo dai tempi di Last Action Hero). Ma queste sono costanti di GoT.
In compenso, questa puntata è stata la summa di tutto quello che di questa stagione non mi è piaciuto:
la narrazione spezzatino, i tre minuti a personaggio per non trascurare nessuno, la mancanza di una messa a fuoco narrativa, l'assenza di un tema portante nei singoli episodi, i crolli di ritmo, le chiacchiere inutili.
E la scena conclusiva più moscia di sempre.
Nel complesso, a mio parere, quando l'entusiasmo sarà scemato, questa stagione sarà ricordata per un solo episodio, il nono.
E adesso, potete essere fanboy quanto vi pare, ma anche voi ammetterete che uno su dieci non è una proporzione invidiabile.
Poi, sia chiaro, per quanto a tratti noiosa e discontinua, GoT rimane una delle serie televisive più interessanti degli ultimi anni, e questa terza stagione ha comunque il merito di essere riuscita a declinare un approccio alla narrazione logoro e di infimo livello come quello delle soap, a un prodotto di evidente qualità, portandosi al casa il risultato.
Ma per quanto mi sforzi (perché mi piacerebbe partecipare all'entusiasmo collettivo), proprio non ci riesco ad entusiasmarmi.
Speriamo nella prossima (anche se, da lettore dei romanzi, so bene che le cose non potranno fare altro che peggiorare).


10.6.13

Ieri a Firenze.

Di gente all'incontro con Gipi, Zero e il sottoscritto, ce n'era davvero tanta.
E' andata molto bene. Ci siamo divertiti e abbiamo fatto gli scemi. Gianni non ha disegnato perché è pigro, tzè.
Al ritorno, sul treno, io e Zero abbiamo anche fatto un bel disegno a colori che mi faceva tanto ridere ma che il computer ha deciso di mangiarsi (o nascondere davvero bene).
A giorni vi posto lo streaming.





8.6.13

La Repubblica delle Idee - domani a Firenze -



Nell'ambito della manifestazione La Repubblica delle Idee: scrivere per ricominciare, domani avrà luogo un incontro con Gipi, Zerocalcare, il sottoscritto e Luca Valtorta di XL.
Titolo dell'incontro: TUTTE LE ANIME DEL FUMETTO.
Quando? Alle 17.
Dove? All'altana delle Oblate, la terrazza del complesso delle Oblate.


6.6.13

Stato Nemico.


Non sono uno che pensa che tutti gli sbirri siano bastardi.
Non credo che sia una divisa a fare un uomo, credo che un uomo sia quello che sia.
Ma credo pure che una divisa, un uomo, possa cambiarlo.
Renderlo migliore, spingendolo ad assere all'altezza degli ideali che quella divisa rappresenta, o renderlo peggiore, facendolo aderire a un distorto spirito di corpo che spesso diventa legge del branco.

Non penso quindi che quello che è successo a Cucchi sia il fallimento etico e morale di un'istituzione.
Credo che sia il fallimento etico e morale di alcuni uomini.
Che però, in quella istituzione, hanno trovato un sistema di valori deviato che ha dato sostegno, approvazione e asilo alla loro terribile natura. Amplificandola e rendendola legittima.

Ora, uno Stato sano guarderebbe a questa cosa e vedrebbe dove si annida il male.
Che non è solo nel cuore degli uomini. Ma è una massa tumorale che corrompe e inquina il DNA del sistema stesso.
Uno Stato sano farebbe in modo di estirpare questo tumore.
Punendo gli uomini e curando, allo stesso tempo, quel sistema che ha permesso a quegli uomini di agire indisturbati.

Ma se lo Stato non lo fa, se lo Stato quel tumore se lo cura come fosse un figlio, allora lo Stato stesso è quel tumore. E quel tumore non uccide solo Cucchi. Ma logora ogni giorno tutti noi.
Le nostre speranze. Il nostro spirito. La nostra capacità di credere.

Se lo Stato non agisce per il bene. Allora agisce per il male.
Ed è nostro nemico e nemico di tutto quello che c'è di giusto.

Ieri è andata in scena una vergognosa pantomima in cui degli uomini grigi hanno insultato la verità, servendo e proteggendo quella massa tumescente che loro credono sia lo Stato.

Ma lo Stato non è quello che credono loro.
Lo Stato siamo noi.

E io non mi sento servito.
Io non mi sento protetto.
Io mi sento pestato, violentato e poi mandato a battere sulla Salaria da un pappone con l'alito cattivo e la mano pesante.

E vorrei che qualcuno, una volta tanto, pagasse.
Perché il Re non è nudo.
Il Re è scuoiato, le sue budella sono in bella vista e la merda tracima da lui per colarci addosso.

Ieri, per l'ennesima volta, ci hanno detto che siamo oltre le linee nemiche.
In uno stato ostile che ci vuole morti o servi.
Bisogna prenderne atto.
E agire di conseguenza.












5.6.13

Game of Thrones - il Trone di Spade - S03E09


E, quasi alla fine, è arrivato.
L'episodio che tutti quelli che hanno letto i libri aspettavano con un ghigno e che tutti quelli che non hanno letto i libri hanno guardato con un misto di stupore e orrore.
L'episodio che, insieme con il prossimo, avrebbe dato senso a una stagione piena di tante, tante, chiacchiere.
L'episodio con una delle scene più squisitamente crudeli (nei confronti di quei lettori buoni il cui cuore batte per il Nord) mai concepite da Martin.

E non delude.
Nonostante le comparse siano poche e le nozze rosse sembrino più la comunione della cugina Mariuccia che la festa (di sangue) che sarebbe dovuta essere.
Nonostante siano state omesse altre due scene di battaglia.
Nonostante una parte delle immagini in CGI mostrate siano quanto di peggio visto dai tempi della scena degli Agent Smith moltiplicati con una Playstation (uno) nel secondo capitolo di Matrix.
Perché non solo lo script, la regia, le interpretazioni e la colonna sonora hanno servito perfettamente il dramma e la tensione. Ma anche perché, finalmente, si spiega il perché di alcune variazioni rispetto al libro che non sembravano così utili e che invece, in questo episodio, hanno avuto il loro pieno senso e sono servite a moltiplicare la brutalità dell'episodio.

E, oltre a tutto questo, c'è pure una bella schermaglia splendidamente coreografata.
Insomma, una grande puntata e un grande momento.


Riflessioni a margine (attenzione, spoiler).
Tutto il cinema horror degli ultimi vent'anni non si è spinto così avanti come questo episodio di GoT.
Quattro belle coltellate nella pancia di una donna incinta e poi una bella inquadratura stretta sul suo ventre squarciato, passati con noncuranza su di un canale televisivo via cavo (e, nei giorni e mese a seguire, su tutta una serie di canali in chiaro, compresa Rai 4).
E il pubblico non si è alzato disgustato.
Non ha gridato allo scandalo.
Il pubblico ha fatto quello che la HBO si aspettava quello che facesse: ha sgranato gli occhi, ha odiato gli autori e poi ne ha chiesto di più.

La dimostrazione lampante di due cose:

- la HBO è l'unico canale televisivo che sembra vivere davvero nel suo tempo.

- si può fare di tutto se si sa come farlo.

Bravi. Ma bravi tanto.




4.6.13

Di LONG WEI. Una sequenza inedita e una cosa da fare.


Dunque, da un paio di giorni è arrivato in edicola Long Wei, nuova proposta a fumetti dell'Aurea Editoriale di Diego Cajelli (sceneggiatore) e Luca Genovese (creatore grafico).
Long Wei è un thriller metropolitano, con tante arti marziali e pestaggi di varia natura, ambientato a Milano.
E' scritto molto bene e raccontato per immagini ancora meglio. Ha le copertine di LRNZ e nei prossimi numeri vanterà i disegni di alcuni tra i più promettenti disegnatori d'Italia, gente che se iniziate a seguirla oggi, tra qualche tempo direte: "io quello lo seguivo sin da quando non era ancora famoso!"
In senso assoluto, Long Wei è una serie coraggiosa. Per come Diego l'ha concepita, per come Luca e gli altri l'hanno disegnata, per come è stata promossa e tutto il resto.
E il mio consiglio è di andare in edicola e comprarlo.







Qui sopra una bella sequenza di Luca Bertelè.

E qui, di solito, finiscono i miei messaggi quando si tratta di segnalare un prodotto che mi piace.
Invece, questa volta, mi dilungo.

Perché c'è un discorso da fare a proposito della stagione che stanno vivendo i bonellidi (gli albi di formato Bonelli non editi dalla Bonelli, per capirsi).
Un discorso che avrei dovuto fare prima ma che non ho mai trovato la maniera giusta.
Adesso, la maniera non l'ho ancora trovata, quindi ve la metterò giù piatta, senza tanti giri di parole.

I bonellidi stanno morendo.
E non perché non trovano più il loro pubblico ma perché, un pubblico, non lo raggiungono proprio.

Breve riassunto:
dieci anni fa i bonellidi potevano contare su un venduto medio per i primi numeri, che si aggirava attorno a un terzo della tiratura iniziale. Certe volte andava leggermente meglio (e si gridava al successo), certe volte leggermente peggio (e si mugugnava in silenzio). Poi le vendite calavano e ci si assestava, sopra o sotto la sopravvivenza, a seconda della bontà del prodotto.
Attorno a questo meccanismo si era quindi sviluppato una sorta di modello economico che, grazie ad un pareggio (il numero di copie vendute necessarie a coprire tutte le spese) di poco inferiore alle diecimila copie,  permetteva a tante testate di campare più o meno decentemente, riuscendo- in qualche caso - a portare a casa qualche soldo.
Diciamo che questo periodo si può circoscrivere in un periodo che va da John Doe n.1 (sessantamila copie di tiratura del primo numero, ventiseimila di venduto), a David Murphy: 911 n. 1 (trentacinquemila copie di tiratura del primo numero, sedicimila copie di venduto). Nel mezzo, Detective Dante (Partito intorno alle diciottomila e poi assestatosi a poco più di diecimila) e le molte testate Star (qui le cifre non le faccio perché, pur conoscendolo che sufficiente precisione, sono comunque dati riportati e non frutto di osservazione diretta).
Da un certo punto in poi, complice la crisi, i cazzi e i mazzi, il mercato si è contratto e questa proporzione si è abbassata. Non in maniera rilevante, ma di quel tanto che bastava per rendere certe operazioni economicamente sfavorevoli.
Poi, in tempi recentissimi, le cose sono peggiorate.

Fine riassunto:
Dove sta il problema?
A causa di una serie di ragioni troppo lunghe e complicate da stare a spiegare (tutta roba legata ai meccanismi distributivi), oggi il problema non è più vendere o non vendere un fumetto. Ma mettere quel fumetto in condizione di poter essere venduto.
Il discorso è semplice: facciamo che un editore stampi un prodotto in un numero di copie che diremo CENTO.
Questo cento raggiunge il distributore nazionale e questo, per tutta una serie di ragioni, ai distributori regionali manda solo NOVANTA. I distributori regionali, sempre per ragioni loro, ne distribuiscono OTTANTA.
Di queste ottanta, gli edicolanti ne, rimandano indietro, con resa immediata (lo stesso giorno che le copie gli arrivano) dieci .
Alla vendita, quindi, arriva SETTANTA. Di questo settanta se ne vende, se tutto va bene, un terzo.
Che è tipo VENTITRE .
Cifra che non somiglia per nulla a quel "poco meno di un terzo su cento" su cui l'editore aveva fatto conto.
E le testate chiudono.
E resta solo la Bonelli.
E i giovani sceneggiatori e disegnatori, interessati al fumetto popolare, non hanno più possibilità di fare esperienza e farsi vedere.
E il lettore ha una scelta sempre meno variegata.
E gli editori diventano ancora più cauti pavidi.
E le tirature si abbassano.
E, se continua così, il fumetto bonellide si estinguerà dall'edicola nei prossimi due anni. Forse molto prima.

E tutto questo che c'entra con Long Wei?
C'entra perché è un bel fumetto. Un fumetto coraggioso.
Che in edicola non si trova.
Perché la tiratura (trentacinquemila copie) che non è bassa ma neanche alta, in edicola non basta per contrastare il fenomeno che vi dicevo prima.
E allora bisogna chiederlo all'edicolante. E magari insistere pure.
Che se insisti con l'edicolante, poi capita che l'edicolante insista con il distributore e alla fine, le copie in edicola ci arrivano.
E magari le cose cambiano.
Perché se non cambiano, poi non lamentatevi che si faccia solo un certo tipo di fumetto, in Italia.
Che la colpa è pure vostra.
E mia.



3.6.13

Ero, Sono, Sarò. Forse.

Questa mattina ho preso un treno per Milano alle sette del mattino.
Sono uno che si sveglia presto.

In treno ho corretto sceneggiature e fatto molte telefonate.
Sono uno che lavora.

Sono rimasto in redazione Bonelli dalle dieci e mezza a mezzogiorno, mettendo a punto piani editoriali e calendari e parlando di storie.
Sono il curatore di Dylan Dog e l'autore di Orfani.


Alle quattordici mi trovo in uno studio fotografico a posare per la copertina di XL, insieme a un selezionato gruppo di musicisti, scrittori e attori.
Sono la rockstar del fumetto italiano.


Adesso viaggio di nuovo sul treno, diretto verso Roma. Sonnecchio.
Sono un pendolare che torna a casa, sfinito dalla giornata.

Alle venti andrò l'anteprima del film di Will Smith e figlio.
Sarò il blogger cinematografico di successo.

Alle ventidue mi viene a prendere Mary.
E sarò quello che la trascura.

La vita mi sta prendendo in contropiede.


1.6.13

Oggi a Ostia, Mater Morbi.


Oggi alle 16, allo Star Shop di Ostia, presentazione di Mater Morbi.
Si chiacchiera. Si firma. Si disegna pure.
L'indirizzo è Via Andreoto Saracini 39, vicino a Corso Duca di Genova e Via delle Baleniere. Che è un posto dove ho vissuto per tipo sei anni. Buffo.